di Eleonora Cozzari
foto Marco Trabalza
Il Lussemburgo ha 679mila abitanti. Più o meno quanti ce ne sono a Palermo. Kamil Rychlicki viene da lì. Da quel piccolo Stato incastrato tra Belgio, Francia e Germania. Lì è nato e lì ha iniziato a giocare a pallavolo. Non si trascende da questo e nessuno vuole farlo. Tantomeno lui. Perciò scegliamo di partire subito dal fatto che questo gentile e riccioluto opposto, a 28 anni vestirà la maglia della nazionale italiana. Non è la prima e non sarà certo l’ultima volta che un atleta diventa cittadino italiano per meriti. Quello che stupisce, se mai, riguarda quelli che ne avrebbero legittimamente diritto e invece non c’è verso. Ma questo è un altro discorso. Il fatto che conosciate benissimo il ragazzo, poi, è decisamente un vantaggio. E questo è il secondo punto di vista. Perché aver giocato due anni a Civitanova, due a Perugia e due a Trento fa di lui l’amico di tuo fratello maggiore che un giorno si fidanza con la tua migliore amica. Non so se rendo l’idea. Magari ti ci vuole un minuto per cambiargli casella mentale, perché siamo esseri che si abituano in fretta, ma di quel momento abbiamo bisogno. Ecco, questa storia sarà il vostro attimo di assestamento. Del resto, dice lui… «tutto ha bisogno del suo tempo. E quello che ho passato io ad aspettare che un’idea nata anni fa diventasse reale, è stato quello giusto per trovarmi qui oggi e iniziare questa avventura con la nazionale italiana». Non abbiate fretta di arrivare alla fine, ne varrà la pena. «Nei primi anni ’90 i miei genitori si sono trasferiti dalla Polonia al Lussemburgo perché mio padre aveva ricevuto un’offerta per giocare lì. Entrambi i miei genitori, mio padre Jacek e mia madre Elzbieta, sono ex pallavolisti. Entrambi schiacciatori. La Polonia in quegli anni stava vivendo una fase di transizione per la fine del Comunismo (lo scioglimento del patto di Varsavia è del 1991, ndr) e in quell’offerta hanno visto un’opportunità per mio fratello. Si chiama Damian e ha dieci anni più di me. Poi, nel 1996, sono nato io e allora la scelta di un periodo è diventata definitiva. In Lussemburgo le prospettive sia scolastiche che di vita erano migliori e quel sacrificio è stato fatto per dare a noi opportunità maggiori». Chi era Kamil da bambino? «Mi ricordo una gran passione per gli sport, tutti. I miei genitori sono laureati in questo settore (un po’ come Scienze motorie, ndr) e la tv era sempre accesa su qualche competizione. Nuoto, calcio, pallavolo. Io le guardavo e poi andavo in camera o fuori casa a riprodurne i gesti. In più mio fratello già giocava nello Strassen e io volevo fare lo stesso. Ho dovuto aspettare di avere almeno otto anni. Lui poi è diventato anche un arbitro internazionale ma ora tra la nascita di sua figlia e il lavoro, la motivazione si è persa». A portare avanti la passione di famiglia è rimasto lui. «Lo Strassen è la società più famosa e organizzata. Lì ho vissuto gli anni d’oro della pallavolo in Lussemburgo, mi fa ridere dirlo a voce alta però non c’era mai stata nel Paese una cultura sportiva che spingesse i ragazzi a lavorare per i loro sogni. Io invece guardavo tanta pallavolo, i più forti per me erano Giba, Kaziyski, Juantorena. A 15 anni ero già alto due metri, mi presentavo bene e il mio livello era come quello dei seniores».
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