di Giorgio Marota

Ritornare al gioco, emozionarsi per qualcosa che si considerava normale, ritrovare in un banale attacco la gioia che solo la conquista di un trofeo sa dare. Quando il gesto più semplice per uno schiacciatore diventa una sorta di seme che germoglia, vita e carriera si mescolano e finiscono per creare nuovi e inaspettati intrecci. Al termine del suo calvario, Daniele Lavia ha compiuto così il viaggio alle radici di una passione chiamata pallavolo. «Mi è sembrato di tornare ragazzino, alle prime partite in quelle palestre piccole dove c’era da stare attenti al soffitto e ai muri troppo vicini alla linea di campo». Come si dice? Dai a un bambino un pallone e sarà felice. In fondo, un atleta resta per sempre fanciullo e il senso di una carriera da fenomeno è molto più autentico di quanto possa sembrare: gioca ai massimi livelli, conquista coppe e scudetti, magari vince pure un Mondiale, ma è attorno a quella sfera colorata che girerà il suo mondo. «Se il mio ritorno è stato bello da fuori, figuratevi da dentro», dice Lavia con un sorriso grande così. Alla final four di Coppa Italia, a Bologna, tutti gli occhi erano su di lui: la standing ovation non ha avuto distinzioni di tifo.

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