di Eleonora Cozzari
foto Fiorenzo Galbiati
A Genova i muri parlano. A volte cantano. Altre sanguinano. Perché le città non sono tutte uguali. E Genova è una di quelle che resta dentro. Sia che tu ci abbia passato un giorno o tutta la vita. Luca viene da lì. Solo che i suoi riferimenti non sono i miei. E non potrebbe essere diversamente perché lui è nato nel 2004. Tre anni dopo il G8, l’uccisione di Carlo Giuliani e la mattanza alla scuola Diaz. Otto dopo l’ultimo album di Fabrizio De Andrè. Quello di Dolcenera, la canzone che racconta un’alluvione. «Vivere a Genova ti costringe a fare i conti con la sua conformazione. Io vengo da un quartiere periferico che si chiama Voltri. Per andare a scuola dovevo prendere un treno e poi un autobus. È una città dalla bellezza sottovalutata. Per me è partenza e rifugio. Ho il mare a due minuti da casa e ora quando guido mi basta girarmi un attimo a destra per vederlo. Genova ti regala quella dimensione di sogno che solo una città sul mare possiede. E poi sono legato alla sua storia musicale, che è ricca e importante anche oggi. Penso a Bresh, Alfa e Tedua». Lui è Luca Porro, ha vent’anni tondi tondi e se è andato ai Giochi olimpici di Parigi battendo la concorrenza di atleti più esperti (leggi Recine, Rinaldi, Gardini) forse lo deve proprio a Genova. È lì che ha imparato a sognare. «La mia famiglia è legata a doppio filo con la pallavolo. Sia mia mamma Barbara che mio papà Fabio hanno giocato fino a discreti livelli e sin da piccoli, mamma ci portava in mezzo al casino delle partite. Nonostante questo ho praticato tanti sport: nuoto, tennis, calcio. Però il contatto fisico non faceva per me. Ma di preciso, quando ho iniziato con il volley non saprei dirlo. Perché in mezzo a un campo a giocare con la palla io ci sono sempre stato». Per quei pochi che non lo sapessero Luca è il fratello minore di Paolo, palleggiatore della Powervolley Milano. E maggiore di Simone, palleggiatore pure lui, a Reggio Emilia in serie A2. Se fino ad oggi le sorelle Bosetti erano le sorelle d’Italia, la storia della famiglia Porro ha dell’incredibile. Perché i fratelli sono addirittura tre e questo 2024 è stato per loro molto fortunato. Soprattutto per lui, diciamolo. «Abbiamo tre anni di differenza l’uno dall’altro e nostra madre ha volontariamente deciso di separarci, a costo di farsi tutta Genova in macchina per portare Paolo in una palestra e me in un’altra. Ma voleva allontanare qualsiasi possibilità di conflitto, fosse stato solo nella testa degli altri. Quindi anche se avremmo potuto, non abbiamo mai giocato nella stessa squadra. La prima volta è stata quest’anno in nazionale, pensa te».
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