di Alessandro Trebbi

È un fuoriclasse conclamato, oggi con la casacca della Valsa Group Modena in Italia, da troppo tempo senza addosso quella della sua nazionale, l’Australia, che non era tra i partecipanti agli ultimi Mondiali. Luke Perry, libero classe 1995, racconta a ruota libera un mondo, quello del volley down under, ancora troppo distante dai modelli europei.

Perry, partiamo dall’inizio. Esiste un campionato in Australia? O c’è solo un torneo studentesco-college come negli Stati Uniti?
«Un campionato esiste, è semiprofessionistico ed è finanziato dai giocatori e dai club. Purtroppo non girano soldi nel volley perché in Australia è considerato uno sport di basso livello. C’è molta concorrenza con il rugby, il calcio, il nuoto, il canottaggio: tutti sport di maggior successo e più praticati. Quindi il campionato è composto più o meno da atleti come me o ragazzi più giovani che devono fare raccolte fondi e lavorare autonomamente per finanziare le squadre. Con quei soldi riescono a viaggiare e a coprire le spese, ma poco di più».

Quindi è difficile organizzare un campionato in una nazione così grande come l’Australia?
«Non credo sia difficile a livello logistico, lo è dal punto di vista finanziario. Ogni trasferta è un viaggio aereo: puoi raggiungere solo una o due città in pullman. Il resto sono voli anche di cinque ore e, se non hai fondi o finanziamenti in arrivo, diventa complicato».

C’è uno stato in cui la pallavolo è più famosa o praticata?
«Quando ero più piccolo sicuramente il Queensland. Da lì uscivano sempre le squadre migliori perché avevano il programma più strutturato e un ottimo sistema di reclutamento. Avevano esperti che andavano nelle scuole a convincere giocatori alti e di talento a entrare nel sistema. Ora che sono cresciuto e sono passati alcuni anni, la situazione è un po’ più equilibrata tra tutti gli stati, perché hanno preso il modello del Queensland e hanno cercato di applicarlo ovunque».

Leggi l’articolo completo sul numero di maggio di Pallavolo Supervolley