di Giorgio Marota
Il palleggio, cioè l’arte di mettere gli altri nelle condizioni ideali per esprimersi su un campo di pallavolo, è qualcosa che ti sceglie. Come un destino che traccia un sentiero. Come un’investitura calata dall’alto. «Qualcosa mi dice che il palleggiatore era l’unica cosa che avrei potuto fare», dice Paolo Porro, l’alzatore di Piacenza, un giocatore con le mani di velluto e la mente di ghiaccio, dalla personalità forte in partita ma abbastanza timido nella vita di tutti i giorni. Forse il segreto dei grandi registi è proprio nascondere dietro una corazza emotiva il mosaico di pensieri e sensazioni che compone la loro anima. «Cos’altro sarei potuto essere?» si chiede, confidandosi per la prima volta in modo così approfondito da quando la Superlega è diventata il suo giardino. «Un po’ per ragioni fisiche, visto che non sono altissimo, un po’ perché avevo determinate qualità nelle mani, la strada del palleggio mi è sembrata l’unica. Però direi che sono stato bravo a non accontentarmi. Vedevo gli altri crescere il doppio di me, ero il più basso in uno sport di giganti. Così ho cercato di sviluppare altre capacità come la tecnica o la visione di gioco».
Funziona così pure in natura, oltre che nello sport: l’evoluzione, spietata, premia chi sa trovare il modo per adattarsi alle situazioni che cambiano. Il giocatore di pallavolo, non a caso, resta un animale raro.
«Da piccolo facevo il libero, ma io volevo schiacciare, stare a rete, battere. Poi ho capito che il mio ruolo è molto meglio: ti fa stare collegato con tutti gli altri giocatori che sono in campo, devi immaginare i movimenti dei tuoi compagni e dominare mentalmente la partita, ed è una cosa fantastica. Negli sport di squadra è forse il più affascinante e il più complesso in assoluto».
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