di Giorgio Marota

Sì, quello dell’addio è un attimo senza fine. Matteo Piano l’avrà immaginato mille volte, chiuso nella sua stanza, con la testa piena di pensieri mentre lo sguardo andava verso il soffitto e puntava lassù, dove il cemento pareva un cielo pieno di stelle. In quei momenti basta chiudere gli occhi per riavvolgere il nastro di una carriera: le prime emozioni, i brividi sulla pelle dopo ogni punto importante, le lacrime versate e quelle trattenute, il ricordo di quel primo completino troppo grande per un corpicino ancora piccolo che, di sogno in sogno, avrebbe poi raggiunto i due metri e nove centimetri di altezza. Senza fine, la sua storia d’amore con questo sport è e resta un attimo senza fine, come cantavano Gino Paoli e Ornella Vanoni in una canzone che Matteo ama nella sua romantica essenza. Quando ha ringraziato il pubblico di Milano, in una domenica di marzo che già sapeva di primavera, ha provato a trasformare la melodia in parole: anziché cantarlo, quel testo lo ha letteralmente raccontato come fosse una poesia, mostrando quella sensibilità che lo ha reso grande dentro e fuori dal campo in tutti questi anni. Dopotutto, Matteo Piano è ancora quel ragazzo che ha gli occhi lucidi quando parla delle sue passioni e che arrossisce quando misura tutto l’affetto che lo circonda. «Io non ho paura di quello che c’è dopo», racconta in questa intervista intima che prova a guardare al futuro cullandosi però in un passato troppo bello per finire immediatamente dentro un cassetto. «Ci sono arrivato misurando le emozioni, poi ho capito che dovevo lasciarmi andare. Sono qui a dire addio al volley giocato con un’autenticità e una leggerezza che è tutta mia. Due anni fa avrei stappato sei bottiglie di vino per arrivare a questa consapevolezza. Ora mi sento completo».

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