di Dario Pregnolato

Ma chi l’ha detto che l’espressione Joga Bonito sia riferibile solo al gioco del calcio? Certo, il precursore fu il calciatore brasiliano Pelé, che giocò dal 1957 al 1977, e che grazie al suo stile di gioco, alla sua abilità tecnica e alle sue vittorie, rese lo slogan celebre in tutto il mondo. Anche se l’esponente di spicco più recente è sicuramente Ronaldinho, capace di trasformare stadi in teatri di musica e magia con le sue giocate e la sua gioia di giocare. Ma i tempi sono maturi e la cultura contemporanea ci porta a considerare una trasposizione pallavolistica del termine, che non è solo uno stile di gioco, ma è cultura dello spirito o, per usare un’espressione filosofica, fenomenologia dello spirito. Termine quest’ultimo decisamente appropriato per descrivere la caratura dell’atleta, prima ancora che della pallavolista, Gabriela Braga Guimaraes, in arte Gabi. Nata a Belo Horizonte, leggenda narra che se non fosse diventata stella del volley, avrebbe potuto diventare anche un’ottima calciatrice. «Se nasci in Brasile inevitabile qualcosa ti venga trasmesso, soprattutto se hai tre fratelli maschi». La verità è che Gabi è il prototipo dell’atleta con la A maiuscola. «Sono cresciuta praticando molti sport, nuoto, basket, calcio, ma il tennis è quello in cui eccellevo e che più mi è rimasto dentro». Il suo arrivo a Conegliano, dopo aver vinto tutto in patria, al VakifBank e il bronzo alle Olimpiadi di Parigi 2024, è stato l’ennesimo incanto di una società unica per competenza, trofei vinti e programmazione. Perché anche le giocatrici più talentuose devono essere funzionali al progetto tecnico, ma soprattutto dotate di spirito di squadra, disciplina e disponibilità. Tanta, quella dimostrata da Gabi sin dal giorno della sua presentazione in un PalaVerde vestito a festa già alle 9 del mattino di un caldo 23 agosto. Congiunzioni astrali che in un certo momento della storia hanno dato alla luce un connubio potenzialmente esplosivo: far arrivare nella squadra perfetta la giocatrice più vicina alla perfezione. In entrambe le fasi. Gabi ad affiancare De Gennaro in fase difensiva capite che trasforma una partita in un castigo troppo severo per le avversarie e in una festa sabbatica per il tifo gialloblu. Che dopo il coro dedicato a De Gennaro, sulle note della canzone che i napoletani dedicarono a Maradona, si esibiscono nel sambodromo del PalaVerde… oro, è proprio il caso di dirlo, con il coro “… po po po po po Gabi Guimaraes po po po po po…» ad accompagnare la premiazione della numero 1 come Mvp della finale contro Milano. È Gabi Maravilha. Riuscita nell’impresa di prendersi la scena nel giorno delle 500 partite di Moki con l’Imoco, «è una leggenda, la adoro, era il mio sogno giocare con lei» e di far passare quasi inosservati i 22 punti della solita devastante Haak: «sono felicissima di averla ritrovata, il nostro è un rapporto che va oltre il campo». Tre nomi che la dicono lunga sulla superiorità di Conegliano, che proprio in Gabi ha probabilmente la giocatrice che più incarna lo spirito delle pantere. Anche a livello estetico, le sue treccine, i suoi occhi della tigre, e la sua ferocia nell’azzannare ogni pallone, la rendono prototipo di quello che è richiesto da presidenza e da coach Santarelli.

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