di Giorgio Marota

Nella linea del tempo di Simone Anzani ci sarà sempre un prima e un dopo quel tris di primi gustato dentro un’osteria romana, con gli stornelli a fare da sottofondo musicale all’esperienza culinaria. È il 12 settembre, una mattinata di sole nella capitale, e sulla sua casella postale arriva la mail tanto attesa: “idoneo all’attività sportiva”. Vale la pena festeggiare dopo aver tanto penato: sì, è scritto nero su bianco, può tornare a giocare. E allora Simone si concede un bel pranzo con sua moglie Carolina. «Abbiamo ordinato gricia, carbonara, cacio e pepe e anche una bella bottiglia di champagne. Dovevamo celebrare quel momento». Il calvario del centrale campione d’Europa e del mondo era cominciato il 26 giugno, al termine della tappa di VNL in Olanda. «All’inizio ho pensato che fosse una cosa da poco – racconta oggi, mentre suda e fatica per preparare una stagione di Superlega piena zeppa di ambizioni per lui e per la sua Lube – la classica cosa da approfondire, ma che si poteva risolvere in poche settimane. E invece…». Gli accertamenti dicono che c’è di più, che non si può mai rischiare con il cuore. «A quel punto mi sono detto: basta una di Giorgio Marota prova da sforzo e torni Simo». Non è così. Il 3 agosto ecco un’altra notizia negativa: lo stop è davvero necessario. «Pensavo già all’Europeo, il 4 mi volevo allenare. E invece un’altra mazzata. Lo stesso vale per il 22 agosto». È il giorno in cui la società comunica al mondo che dovrà fermarsi per sottoporsi all’ablazione: “Oggi in tarda mattinata ha effettuato un test sotto sforzo al Centro di Medicina dello Sport dell’Acqua Acetosa di Roma. In base a quanto emerso, l’atleta al momento non potrà tornare all’attività fisica”. “Va eliminato il focolaio all’origine dell’aritmia” la sentenza del medico sociale Mariano Avio. Il 29 agosto Anzani viene operato al San Raffaele di Milano e oggi ripercorre le tappe di questa vicenda con il sorriso, riavvolgendo il nastro con serenità e con una certa gratitudine. Chissà se a Dio, al destino, a chi l’ha seguito durante il percorso, a chi non ha smesso di credere nel suo carattere o a magari proprio all’insieme di tutte queste componenti. Fatto sta che Anzani non ha mai mollato. Gli è rimasta addosso solo qualche inevitabile ferita. «Ho sofferto tanto, le tappe di questa vicenda mi sono sembrate tante piccole mazzate in testa. Mi sono sentito deluso, sconfitto, sconfortato. Stare fuori da quel gruppo è stato davvero difficile».

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