di Alessandro Trebbi

È l’opposto bi-campione del mondo e per la prima volta in carriera ha scelto di giocare lontano dall’Italia, nel pieno della Siberia, col sole che ormai non si vede più sull’orizzonte e temperature che già adesso arrivano fino ai -25 e che torneranno positive solo verso fine aprile. Quando Yuri Romanò, forse, avrà già terminato la sua prima campagna di Russia col Fakel Novy Urengoy, nuova avventura che è stata più una scelta di vita per l’azzurro: un modo per scoprire città, luoghi, lingue e anche una pallavolo diversa, «molto più fisica» per un Romanò che racconta la sua avventura e un movimento recentemente sparito dai radar, dopo il “ban” dalle competizioni internazionali imposto ai club russi e alla sua nazionale.

Romanò, come ha deciso di andare a giocare in Russia?
«La scelta principale è stata quella di fare un’esperienza all’estero. Con mia moglie volevamo farlo e abbiamo pensato, con la bambina ancora piccola e quindi non legata a discorsi di scuola o di amicizie, che fosse questo il momento per provare a fare un anno o di più fuori dall’Italia. Per come si è mosso il mercato si era creata questa opportunità, la Russia in sé è capitata: nel senso che tra tutte le offerte quella più interessante è stata questa del
Fakel».

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