di Alessandro Trebbi
È già diventato una star, «non c’è partita dopo la quale io non torni a casa con cinque o sei regali, non so più dove metterli». Tommaso Rinaldi in pochissimi mesi ha già conquistato il campionato giapponese, nonostante i suoi Osaka Sakai Blazers non siano là in alto dove si auguravano di essere a inizio stagione e non ha nessuna intenzione di tornare a casa, almeno per ora. «Ho due anni di contratto e li rispetterò, anche perché qui si sta benissimo».
Ce lo racconti un po’ allora questo campionato giapponese: una cosa più bella e una più brutta rispetto alla SuperLega?
«L’importanza che i giapponesi danno al campionato e ai giocatori è meravigliosa, loro vivono per queste cose e quindi senti molto di più la presenza del pubblico attorno. Da un punto di vista di cosa è più brutto… beh, si sta in campo tantissimo: tutti i weekend si gioca sabato e domenica back to back. Sono 12 squadre, in regular season in totale si giocano 44 partite. Ad esempio, a volte si giocano dieci set in due giorni, e la settimana dopo magari ti capita di giocare giovedì e venerdì».
Come siete trattati voi giocatori stranieri?
«Con un’attenzione davvero inimmaginabile. Le società vivono per farti stare bene. C’è una persona che si chiama Kyoko che è pagata per fare da traduttrice a noi stranieri dei Sakai Blazers e per fare qualsiasi cosa che viene chiesta: ci accompagna dal barbiere, ci prende appuntamenti. Lo staff tecnico è disponibile alla stessa maniera».
E in più avete un tifo sfegatato…
«Anche troppo, i fan sono un po’ esagerati a volte, in senso buono. Però sono carini, fanno regali ogni partita, torno a casa sempre con 4-5 oggetti in più».
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