di Enrico Spada

Ci sono stagioni che si misurano in medaglie. E poi ce ne sono altre che si misurano in crescita. La prima annata insieme di Samuele Cottafava e Gianluca Dal Corso appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dodici mesi intensi, pieni di aspettative, di scossoni tecnici e mentali, di partite che hanno fatto male e di segnali arrivati proprio quando serviva. Una stagione di costruzione, nel senso più autentico del termine. Il cambio di scenario non è stato banale. L’addio al campo di Paolo Nicolai (assieme a quello di Adrian Carambula) e il suo passaggio in panchina hanno segnato l’inizio di un nuovo ciclo per il beach volley maschile italiano. La Federazione ha scelto di unire Cottafava e Dal Corso, affidando loro il ruolo di coppia di punta. Una decisione forte, che porta con sé responsabilità e inevitabili tempi di assestamento. «Fuori dal campo l’intesa è stata immediata», racconta Samuele con lucidità. «Ma dentro il campo è un’altra cosa. Devi imparare i tempi dell’altro, capire come reagisce nei momenti di pressione, come vive un errore, come interpreta una situazione tattica. Non è qualcosa che si costruisce in poche settimane». L’impatto con il circuito Elite è stato diretto e senza filtri. La possibilità di entrare nei main draw grazie al ranking ha permesso alla coppia di confrontarsi subito con il massimo livello mondiale. Una benedizione e, allo stesso tempo, un banco di prova durissimo. «Mi sono ritrovato a giocare contro squadre che fino a poco prima vedevo in televisione – spiega Dal Corso – e quando ti trovi dall’altra parte della rete capisci immediatamente cosa significhi il livello più alto. Ogni piccolo errore, ogni sfumatura vengono puniti. Non hai margine di distrazione. È una pressione continua, costante, che ti obbliga a stare dentro ogni punto».
Le prime uscite avevano alimentato entusiasmo. Vittorie importanti, prestazioni di spessore, la sensazione che il potenziale fosse già pronto per esprimersi. Poi è arrivata la parte più complicata della stagione, quella in cui il talento individuale non basta più e l’assenza di automatismi si paga cara. «Ci sono state partite in cui sembravamo incastrati – ammette Dal Corso -. Le squadre di alto livello ti mettono sotto pressione in ogni fondamentale. Se ti adatti a una soluzione, loro cambiano subito e ti aggrediscono in un altro modo. In quei momenti capisci quanto devi crescere».
La reazione non è stata emotiva, ma strutturale. Nessuna rivoluzione improvvisa, nessun tentativo di cambiare tutto. Piuttosto un lavoro paziente, chirurgico, sui dettagli. «Abbiamo fatto un processo di decostruzione e ricostruzione – racconta Cottafava – fondamentale per fondamentale. Abbiamo analizzato la ricezione, la gestione del side out, l’alzata di contrattacco, la qualità del servizio. Piccole cose che sommate fanno la differenza. Verso la fine della stagione abbiamo trovato un equilibrio che all’inizio non avevamo».

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