di Eleonora Cozzari
Dimenticatevi Virzì. Qui non si scommette sulla rovina di nessuno. È piuttosto una storia alla Totti-De Rossi. Seguitemi. Se nasci nell’era di Francesco Totti è dura essere il primo re di Roma. Eppure Daniele De Rossi ha sempre accettato il suo ruolo non mettendosi mai in competizione con l’amico e compagno di squadra. Si è trovato il suo posto nel mondo (perché né il carattere né il talento gli facevano difetto) e quando è arrivato il momento ha preso una strada che l’ha portato addirittura a sedersi sulla panchina della sua squadra. È chiaro il parallelismo? Dite che vi sto confondendo? Riformulo allora. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Riccardo Sbertoli, 28 anni, in nazionale secondo di Simone Giannelli dal 2019 e nel resto dell’anno capitano di Trento alla sua sesta stagione sulle Dolomiti. Non solo. Nella vita, il ragazzo si è appena sposato con Beatrice e giusto qualche mese fa si è laureato in economia all’università di Milano (la sua città). Titolo della tesi? “Investimento in capitale umano e il mercato dei talenti”. Osservo la foto sulla sua pagina Instagram: completo grigio, sguardo sereno e corona d’alloro in testa. È la prima domanda che gli faccio. Perché quell’argomento? «Ho voluto mettere in risalto quanto investire su se stessi faccia bene, perché migliora la propria persona e dà un ritorno concreto. La materia su cui ho lavorato è proprio “Economia delle risorse umane”. C’è tanto di me in questo lavoro». Ed è qui che sta il suo capitale umano, quello di chi è passato attraverso vari livelli di conoscenza di sé, li ha capiti, li ha gestiti e poi ne ha tratto il meglio. Un uomo risolto, si direbbe oggi. Di sicuro, un atleta vincente. Perché il neo laureato in economia, nel frattempo, su un campo da pallavolo ha vinto un Europeo e due Mondiali con l’Italia e due scudetti e una Champions League come condottiero di Trento. Il tutto in appena cinque anni, dal 2021 a oggi. E non è una cosa che succede a molti, nella sua posizione. Sono uguali le vittorie? «La differenza sta nel percorso, quello con il club dura molto di più, è più faticoso, quello con la nazionale magari abbraccia un periodo lungo però una stagione si conta in tre mesi. La difficoltà sta piuttosto nel farsi trovare sempre pronti e al massimo della forma».
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