di Stefano Michelini
A Parigi è stato il terzo tassello di un dream team che completava al fianco di Julio Velasco e Massimo Barbolini. Tutti a disposizione della causa azzurra per rincorrere (e vincere) il primo storico oro olimpico della pallavolo italiana. Un’esperienza che Lorenzo Bernardi ha scelto di lasciare chiusa all’interno di due parentesi, senza cedere, oggi, alla tentazione di mettersi di nuovo al servizio della nazionale nel primo anno del quadriennio che porta a Los Angeles 2028. «Julio ha spiegato la situazione nel modo migliore. Ho deciso di dare la priorità alla famiglia, che quando sono a Novara non posso condividere quotidianamente, e di dedicarmi al cento per cento al club. La prossima stagione sarà impegnativa e molto intensa e la inizierò subito con la squadra, anche se la società non mi ha mai ostacolato. Detto questo, quello della nazionale rimane uno staff super, non di livello alto, ma top. Non manca niente rispetto alla scorsa estate». Uomini che ripartono, come cantava Pierangelo Bertoli quando ancora la storia della pallavolo azzurra non si era tinta d’oro, “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. Già, perché Parigi è già ieri e il domani è fatto di un ciclo di quattro anni che porterà ai Giochi americani. «Il minimo comun denominatore si chiama Velasco e unisce il percorso che la nostra pallavolo ha iniziato nel 1989 e che ci ha portato fino al presente. L’Italia ha fatto qualcosa di straordinario, non soltanto lo scorso anno. E il mio auspicio è che si riesca a proseguire in questa direzione».
Nel solco del legame tra passato e presente che il Ct rappresenta, il primo interrogativo lo pone la storia. Perché è proprio nelle stagioni successive alle grandi vittorie che la nazionale dei fenomeni ha incontrato le maggiori difficoltà. È un rischio che corrono anche le campionesse olimpiche? «A noi è capitato nel 1991, dopo l’oro al Mondiale del ’90, e in parte l’abbiamo un po’ pagata anche alle Olimpiadi del ’92. Ma io penso che chi dirige questa squadra abbia un’esperienza e una capacità tali da sapere esattamente come comportarsi. Velasco sa che è inconscio, umano e possibile che dopo una grandissima vittoria possano subentrare anche involontariamente delle dinamiche diverse rispetto all’anno precedente. Ma il potenziale di questa squadra è elevatissimo, enorme, quindi io penso che alla fine l’Italia al Mondiale giocherà ancora per la medaglia più importante».
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