di Eleonora Cozzari

“Non ti disunire” esorta il regista Capuano al giovane Fabio nel film È stata la mano di Dio. Non ti disunire, gli ripete più volte. La mattina che intervisto Caterina Bosetti nella sua nuova casa di Istanbul, è la seconda volta nel giro di un mese che quella scena – ormai un cult – mi viene in mente. La prima è stata durante i Giochi. Guardavo lei e le azzurre superare una dopo l’altra le avversarie olimpiche e ripetevo: non vi disunite! Che mai prima mi erano sembrate unanimi, fuse, alleate come lo sono state a Parigi. Mai, prima, avevano dato l’idea di essere lì e solo lì. Corpo e mente. Tecnicamente le migliori versioni di se stesse. Non si sono disunite neanche per un attimo, vincendo sei partite su sei, cinque 3-0 consecutivi. E insieme hanno conquistato la medaglia più importante di tutte le medaglie: quell’oro olimpico che nessuna squadra di pallavolo, di nessuna generazione, era riuscita a mettersi al collo. Entrando nella storia. Meglio, facendola. La seconda è stata quando, una mattina di metà settembre, Caterina mi ha parlato della perseveranza che ha messo nel non farsi sopraffare dagli eventi. Lei che è una delle sopravvissute al 2023, l’anno senza senso della pallavolo italiana. E soprattutto, è una delle atlete che in quello dopo hanno dimostrato come su un podio olimpico, a mordere la medaglia d’oro dopo estati di tentativi, cadute e sacrifici, non potevano che esserci loro. E ho pensato di nuovo a quell’esortazione così precisa e poetica del film di Sorrentino.
A come sarebbe stato quasi normale, invece, disunirsi. Staccarsi da un contesto che umiliava lei e quelle «a cui avevano sporcato il nome» (parole sue) e mollare. O perdersi. Come era successo a qualcuna. Ma a lei no. Forse c’entra il carattere. O la famiglia. O l’età. O il fatto che aveva diciotto anni quando ha partecipato ai primi Giochi olimpici. Sta di fatto che è rimasta lì, tutta intera. E ha avuto ragione.
Raccontiamo questa storia dal principio. L’avevamo lasciata un minuto prima che cominciassero i Mondiali 2022. Veniva da un’estate in cui la vittoria della Volleyball Nations League (e il suo premio di miglior schiacciatrice) faceva presagire una squadra matura, consapevole, centrata. Invece sul più bello – la semifinale contro il Brasile – è mancato qualcosa, una guida, un sistema gioco, che facesse far loro quel salto. Qualcosa scricchiolava di già, poi la medaglia è arrivata comunque ma quel bronzo è stato visto come un fallimento. Colpa (non solo ma anche) delle polemiche che hanno coinvolto Paola Egonu e hanno messo in secondo piano il risultato della squadra, seppure non fosse quello sperato. «Quell’estate siamo tornate a casa con un oro in VNL e un bronzo mondiale, che è sempre una medaglia e come tale andava valorizzata. Invece così non è andata. È stato un finale brutto e pieno di polemiche».

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