di Eleonora Cozzari
É l’unico reduce dell’argento di Rio 2016, è l’enfant prodige della pallavolo italiana, è il solo alzatore capace di vincere premi di MVP a ripetizione come fosse un opposto e a fine partita di mettere a terra più punti di un centrale. Quando l’Italia vince, lui è il migliore. In Europa (nel 2021) come nel mondo (2022). E quando finalmente torna ad alzare al cielo lo scudetto, come quest’anno con Perugia, è il migliore pure lì. Capitano senza ombra e senza macchia, viene da chiedersi: ma Simone Giannelli ce l’ha qualche difetto? «Certo, ma non ve li racconto». Abbiamo fatto quattro chiacchiere – più non si poteva, c’è da andare a Parigi signori – con il palleggiatore azzurro e questo è quello che ci ha detto. Più qualche puntata precedente.
Era il 12 maggio del 2013 e passò inosservato. Ho la totale convinzione che sia stata la prima e unica volta nella sua vita. Gli occhi erano puntati sul palleggiatore titolare, Jack Sintini (in campo a causa dell’infortunio occorso alla vigilia al regista Raphael) nella gara che assegnava lo scudetto e che al tie break Trento si portò a casa scrivendo il più emozionante dei lieto fine che la pallavolo italiana ricordi. Perché Sintini era tornato a giocare dopo aver sconfitto un tumore molto aggressivo al sistema linfatico. Capite bene che chi fosse il secondo di Jack, in quel momento, era davvero particolare irrilevante. Specialmente perché l’ancora sedicenne Simone Giannelli nessuno l’aveva sentito nominare. Ma il solo fatto di essere lì, in un momento in cui nessuno sapeva cosa sarebbe potuto succedere, era garanzia di un brillante futuro. Quindi, dicevamo, undici anni fa partì da Trento – e da quel primo scudetto – la leggenda di Simone Giannelli. In cosa si sente diverso da quel ragazzino, gli chiediamo? «Sicuramente ora ho imparato a gestire l’emozione e i pensieri che ho in testa, non rimugino più come un tempo sulle sconfitte, prima era tosto pescare soluzioni nuove, oggi ho trovato il mio equilibrio tra tristezza e felicità».
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