di Eleonora Cozzari

A volte la vita ha uno strano modo di dirti le cose. Fai gli stessi punti del tuo diretto avversario dall’altra parte della rete, e perdi 3-0. Di più, fai gli stessi punti del tuo diretto avversario (che poi risulta essere pure l’MVP) e hai anche una percentuale di efficienza maggiore. E perdi 3-0. Eppure stai in un momento di forma pazzesco. Eppure la strada è inequivocabilmente quella giusta. Fosse solo perché al PalaEur, durante il terzo set della finale, mi arrivavano messaggi del tipo “Lavia sposami” per il grado di coinvolgimento emotivo che il ragazzo di cui sopra generava. Glielo dico, per rompere il ghiaccio. E Daniele si fa una risata. Ma la pallavolo funziona solo all’unisono. E all’unisono la Polonia è stata nettamente superiore all’Italia. Iniziamo da qui. Si sposta più volte per avere un segnale migliore. È nella sua nuova casa, a Trento, dove si è trasferito da poco. «Pensa che quando abitavo in montagna prendeva benissimo, ora che sto in città non sempre è ottimale». Dice prima di rispondere alle domande serie. Perché lo sa che se sto chiamando proprio lui, se proprio lui è il prescelto per raccontare a freddo questo argento europeo, è perché ha fatto due partite pazzesche alle finali di Roma. Tirando fuori gesti tecnici eccezionali e, con la Polonia, provando in tutti i modi a resistere. A portare la sfida quantomeno al quarto set. Gli ripeto: lo sai sì che tu e Leon avete messo a segno gli stessi punti? «Io quei tabellini non li guarderò mai. Perché so che ho giocato una finale discreta, e sono contento di aver dato il mio aiuto alla squadra sia in semifinale che in finale. Però con la Polonia abbiamo perso e avrei di gran lunga preferito mettermi l’oro al collo con percentuali individuali meno positive, ecco».

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