di Laerte Salvini
Per capire cos’è il sitting volley non bisogna seguire la palla. Bisogna guardare le mani. Guardarle mentre spingono sul parquet, mentre strappano al pavimento mezzo metro, mentre riportano il corpo al centro del campo un decimo di secondo prima che parta l’attacco avversario. Nella pallavolo le gambe portano e le mani colpiscono: qui le mani fanno tutto. «Non è lo stesso sport» dice Sara Cirelli. Senza polemica, come si dice una cosa ovvia che nessuno ha voglia di ascoltare fino in fondo. «È pallavolo, ma è una pallavolo adattata. Ci sono dinamiche diverse e la prima differenza fondamentale sono gli spostamenti».
Hangzhou, 17 luglio. Finale per il quinto posto, Italia-Ucraina 3-1: primo set vinto 26-24, secondo perso 24-26, poi le azzurre di Pasquale D’Aniello prendono il largo (25-19 e 25-21) e chiudono il Campionato del Mondo cinese come avevano chiuso Sarajevo quattro anni prima. In tutto il torneo le hanno battute solo due squadre, le stesse che il giorno dopo si sono giocate il titolo: Brasile e Stati Uniti. C’è un modo per raccontarlo come un successo e uno come una ferita. Cirelli fotografa con lucidità il momento. «Abbiamo dimostrato ancora una volta che c’è un gap tra noi e le migliori squadre del mondo. Siamo tra le migliori, perché siamo quinte, e lo dice il ranking, lo dicono i risultati che abbiamo ormai da dieci anni. Ma ci manca qualcosa in più per competere con Stati Uniti, Canada, Brasile e Cina, che sono a un livello superiore».
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