di Eleonora Cozzari
Ha appena compiuto 30 anni e probabilmente è il momento più felice della sua vita. In campo e fuori. Ne ha fatta di strada, da quando nell’anno più inimmaginabile della sua carriera (il 2015) venne prima buttato a sorpresa a smistare palloni pesantissimi nella finale scudetto che Trento vinse con Modena. Che gli valsero il primo di una lunga serie di MVP. E poi, qualche mese dopo e ancora diciottenne – per un caso “disciplinare” che coinvolse l’allora titolare Dragan Travica (e non solo) – dal giorno alla notte si ritrovò ad essere il palleggiatore della nazionale italiana. Ruolo che da allora, peraltro, non ha mai lasciato. È questo lo straordinario. Ci sono treni che passano una volta nella vita, d’accordo. Ma non è tanto salirci, la differenza vera la fa quanto dura il viaggio. Quello di Simone Giannelli, il palleggiatore più forte del mondo, non solo non è ancora finito ma dopo aver raggiunto un traguardo anagrafico che è sempre stato importante per uno sportivo, dichiara: «Mi sento meglio di quando ne avevo venti e ad oggi non ho idea di quella che sarà la mia vita tra dieci anni, quando smetterò di giocare».
Avversari di tutto il mondo fate un bel respiro, l’era del capitano azzurro è ancora lunga. Siamo alla soglia degli Europei che si giocheranno in Italia, la voglia di essere protagonisti è altissima. Specie dopo una Volleyball Nations League chiusa prima del tempo. Tutti sanno che gli azzurri hanno affrontato un’estate segnata dall’assenza di Alessandro Michieletto (oltre che dal recupero di Daniele Lavia) e che la sconfitta con gli Usa ai quarti è il frutto di una partita sbagliata. Eppure il conto con questa manifestazione continua a essere aperto, nonostante la stagione più “scusabile” degli ultimi cinque anni. «Noi non dobbiamo chiedere scusa a nessuno – mette subito in chiaro Giannelli – perché tutto si può vincere e tutto si può perdere, sempre. E dico di più, addebitare la sconfitta alle assenze è un po’ limitante. Il fatto che Michieletto non fosse con noi è un dato di fatto, se mettiamo in risalto la mancanza di Ale non consideriamo le presenze degli altri. A me del suo infortunio dispiace in primis per lui come atleta, per il suo bene, per il ragazzo che è stato costretto a stare fuori per tanto tempo. Noi però dobbiamo focalizzarci sulle nostre cose, quelle che possiamo gestire. Con gli Stati Uniti non siamo stati brillanti, non abbiamo espresso un livello di pallavolo adeguato alla situazione. Di fronte avevamo gente che aveva giocato a Rio 2016. La qualità che esprimi deve essere alta».
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